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In ricordo di Marco Blaser

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06 Ottobre 2026
Intervista a Valeria Bruni
INTERVISTA

È scomparso a 91 anni dopo una lunga malattia Marco Blaser, lasciando un’impronta indelebile non solo in chi l’ha conosciuto personalmente ma anche in tutto il mondo legato alla RSI, che ha diretto dal 1986 al 1999. "Se la nostra radio e la nostra televisione sono oggi quel che sono, lo dobbiamo soprattutto a lui" sono le parole più lette e ascoltate in questi giorni. Grande comunicatore, ma anche cornista, regista, cameramen, ponte tra il Ticino e il resto della Svizzera, Blaser è stato un vero e proprio Maestro del mestiere incarnando la vera televisione di allora. Partito dal basso come collaboratore di Radio Monteceneri, e arrivato poi in cima all’azienda, sembra non aver mai dimenticato quest’ascesa perché considerava tutti i colleghi con la stessa importanza. Uguale stima che riservava ai protagonisti delle sue interviste: che si trattasse di Pier Paolo Pasolini o del cittadino comune, per lui tutti erano di fondamentale importanza. Telecronista che ha raccontato alla Svizzera italiana gli eventi più salienti del secolo scorso, dall’allunaggio alla tragedia del Vajont, ha narrato il territorio e il mondo da un punto di vista vicino al suo pubblico. In tasca cavi e bulloni insieme alle chiavi dei piani alti, dava ‘del tu’ a tutti e a Berna era trattato come uno di famiglia (anche grazie alle sue abilità linguistiche, dallo svizzero tedesco all’inglese). Si deve a lui a lui lo spostamento dell’informazione da oltre Gottardo a Comano, la nascita di fasce regionali come il Quotidiano, il servizio pubblico odierno.

Abbiamo voluto ricordare Marco Blaser, tra riconoscimento e aneddoti, con la giornalista Valeria Bruni, storico volto della RSI. “La sua forza se vogliamo è stata quella di riuscire a coniugare radio e televisione con la Svizzera, la nazione. Il Ticino deve molto alla televisione svizzera, e questa deve molto al Paese reale. È proprio questo connubio, tra il Paese reale e la radio e televisione svizzere, che lui è riuscito a creare così bene”, ci racconta Valeria Bruni.

Come è stato il vostro primo incontro professionale?

Io lavoravo a Radio 24, nella Svizzera tedesca, ero parte della concorrenza diretta della televisione di Stato, non mi volevano far partire. Quando sono arrivata in RSI mi ha detto: “Hai fatto bene, qui avrai sempre la porta aperta e la strada spianata”. È stato fin dall’inizio molto professionale e al contempo attento alle mie esigenze, ero una mamma con una figlia piccola. E questo non è scontato. Ho iniziato alla radio, e prima di poter accedere al Quotidiano, in televisione, Blaser ha voluto che mi facessi le ossa per almeno un anno, per conoscere bene il territorio, visto che arrivavo da Zurigo. Poi è stata un’ascesa pazzesca, soprattutto grazie a lui, e a Michele Fazioli.

È vero che Marco Blaser nelle sue interviste passava da Montale al vicino di casa con estrema facilità?

È quello che mi ha insegnato. Aveva una capacità rara di intervistare, dalle stalle alle stelle, dalla persona più umile al direttore di banca. Questa capacità me l’ha trasmessa e io lo ringrazio.

Di lui si ricorda tanta umiltà e la vicinanza alla gente, conosceva tutti e trattava tutti alla stessa maniera, allo stesso tempo era anche un capo molto carismatico.

È stato il direttore umanamente più attento che io abbia conosciuto perché aveva la capacità di coniugare professionalità e peculiarità di ognuno di noi. È riuscito ad aiutarmi a convergere le esigenze di una mamma che lavorava con quelle di una famiglia a casa che l’aspettava.

Un aneddoto particolare?

Erano gli anni 80, c’erano ancora le feste di fine anno della RSI, alla Romantica di Melide. Mi ricordo un anno in cui c’era anche Marco e io lo dovevo intervistare sul palco, ero la conduttrice della festa. Lui mi dice: “È la prima volta che mi trovo nella condizione di intervistato e non intervistatore, poi sorride. Alla fine dell’intervista mi aveva detto che ero stata bravissima, ‘una degna figlia di Blaser’ (ride). Io ero all’inizio della ma carriera, lui era già sbarcato sulla luna e fatto tutte quelle cose lì. Negli anni è sempre stato presente.

Conosceva ogni angolo degli Studi, conferma?

Certo io credo che fosse una delle persone che meglio conosceva l’Ente (allora si nominava così quella che oggi chiamiamo Azienda), nei minimi particolari, nei dettagli, dal più semplice dei tiracavi a come si faceva funzionare una beta, poi i nastri, il montaggio, e quando c’è stata l’evoluzione tecnica, le cassette. Oggi tutto è digitale, ma lui avrebbe conosciuto tutto. Non lo coglievi mai in fallo. Lui conosceva tutti gli anfratti della RSI, i segreti di ogni professione.  

Oggi sarebbe ancora possibile?

Sì, avere la sua umanità è sicuramente sempre possibile. Ma è cambiato il sistema. Non vorrei che con la verticalizzazione si rischi di perdere un po’ del fascino del contatto diretto con la persona, e a sua volta col Paese, di diventare più istituzionalizzati insomma. Sarebbe un peccato perdere quelle peculiarità regionali per cui lui aveva lottato. Del resto, è una questione finanziaria, si comprende, e io rimango fiduciosa verso il futuro!

E a noi piace ricordarlo così, col suo sorriso inconfondibile dietro la spessa montatura degli occhiali, lenti con le quali ha insegnato un po’ a tutti noi, da casa, a guardare il mondo là fuori.

 

a cura di Valentina Grignoli, responsabile contenuti editoriali SSR.CORSI

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