DETTAGLIO

Intervista a Bruno Besomi

Martedì, 16 Gennaio 2018

Bruno Besomi, membro del Consiglio Regionale della CORSI e dell’Assemblea dei Delegati SSR SRG, si è già espresso in più occasioni contro la disastrosa iniziativa “No Billag”. In occasione del recente sondaggio stilato da “Le Matin Dimanche” e dalla “SonntagsZeitung” circa la votazione su “No Billag”, che ha clamorosamente dato in vantaggio il Sì, abbiamo posto alcune domande a Besomi.

 

Come si spiega il risultato della proiezione?

Il risultato del sondaggio va necessariamente contestualizzato: 1000 sono state le persone interpellate, nessuna sopra i 65 anni e la popolazione ticinese è stata esclusa dalla consultazione. Ritengo quindi che siamo confrontati con un risultato solo in parte preoccupante, ma caratterizzato da diverse incongruenze. Degli intervistati, il 55% sarebbe soddisfatto dell’offerta del servizio pubblico e il 60% non crede che un Sì alla No-Billag decreterebbe la fine della SRG SSR. Vi sono troppe contraddizioni per definirlo un sondaggio credibile, oggettivo e imparziale.

 

Come invitare dunque l’elettorato a respingere l’iniziativa?

L’elettorato dev’essere informato delle pesanti conseguenze di un Sì all’iniziativa; purtroppo, sono ancora in molti a non esserne in chiaro. Nei fatti, è come se ci trovassimo a disquisire sulla scuola pubblica o gli ospedali pubblici, dicendo alla gente che costano troppo e quindi vanno privatizzati! Occorre sottolineare che il servizio pubblico multimediale è una garanzia di uno stato democratico. Soprattutto nei giorni nostri, siamo spesso confrontati con scelte da operare, e questo in diversi ambiti della vita; non abbiamo quindi bisogno dell’intervento di privati che ci conducano per mano nei loro biosistemi organizzati, nei fatti, in funzione di singoli interessi.

 

Un Sì comporterebbe delle conseguenze su vari livelli: quali sono quelle più devastanti?

Il devasto peggiore sarebbe la creazione di un “deserto della pluralità d’idee e di opinioni” sui temi che ci toccano da vicino. È inevitabile che poi qualcuno si muoverà per incanalarci, usando però solo uno specchietto per allodole. La nostra democrazia diretta, invidiata da tutto il mondo, vacillerebbe, lasciando spazio al conformismo e all’uniformità del pensiero.

 

In caso di un Sì all’iniziativa, la RSI dovrebbe calare le serrande: quali ripercussioni avrebbe la chiusura di un’azienda così grande sull’assetto economico e professionale della Svizzera italiana?

La RSI è in primis una fucina di prodotti multimediali diretti a un vario e vasto pubblico. Dietro la RSI ci sono riflessioni, ricerca e ragionamento; tutto ciò proprio per lasciare all’utenza i margini per farsi un’idea e formare il proprio pensiero su fatti d’attualità, offerte culturali, sportive e d’intrattenimento. Con un Sì all’iniziativa, tutto quanto detto sopra verrebbe soffocato da chi invece preferisce l’unilateralità informativa. Non dimentichiamo poi la perdita di professionalità, di posti interessanti per giovani in professioni nuove e attrattive, di posti di lavoro in generale e di un indotto economico in un Cantone che già ha il fiatone.

 

È immaginabile una Svizzera italiana senza RSI?

Tutto è immaginabile, ed evidentemente tutto è possibile. Tuttavia, la chiusura della RSI cambierebbe profondamente la Svizzera Italiana e sarebbe un colpo basso, soprattutto per una minoranza come la nostra, a cui verrebbero tagliate le ali del pensiero individuale.

 

Secondo lei sopravvivranno altre radioTV locali oppure la Svizzera italiana resterà senza voce?

Le radio e le TV locali fanno fatica e senza parte del canone andrebbero in apnea, soprattutto in un panorama economico dove la pubblicità non può certo supplire ai soldi pubblici. Anche in quest’ambito, vedrei una forte contrazione per non dire un annientamento di piccole realtà locali che generano idee, creatività e indotti economici. In sostanza, definirei poco avveduto chi ha lanciato l’iniziativa e sicuramente lo definirei pure totalmente insensibile di fronte all’esistenza di minoranze; per non parlare poi di quelle fazioni ticinesi che hanno deciso di amputarsi gli arti con le loro mani.