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Edy Salmina: le domande che il giornalismo non pone

Martedì, 11 Settembre 2018

Edy Salmina ha lavorato alla RSI dal 1994 al 2012, da ultimo dirigendone, dal 2008 in poi, l’Informazione unificata. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su temi di diritto penale e diritto dei media, dal 2012 gestisce uno studio legale a Lugano. È stato presidente della Conferenza dei capiredattori della SSR, vicepresidente del Consiglio svizzero della Stampa ed è membro dell’Autorità federale indipendente in materia radiotelevisiva (AIR). Ha fatto parte del gruppo di consulenza dell’UFCOM per la futura legge sui media elettronici, attualmente in consultazione.

Nel suo recentissimo libro Medien. Die vierte Gewalt. Medienfreiheit, Medienveratwortung, Medienopfer”, lei ha avuto modo di affermare che la stampa ed i mass media devono riflettere sul loro ruolo. Quali aspetti dovrebbe riscoprire e valorizzare chi lavora nel mondo massmediatico? Di che cosa deve prendere consapevolezza chi opera nei media?

“Credo anzitutto due cose. La prima, che la libertà dei media è fondamentale ma non si legittima da sola. La seconda, che anche il giornalismo, come ogni potere, può sempre diventare una prepotenza: non ci sono poteri innocenti.”

La censura peggiore è “la domanda che non viene posta”. Una critica che scuote le coscienze dei giornalisti… come trova a questo riguardo il mondo giornalistico ticinese? È un mondo preparato o accade spesso di trovarsi di fronte a giornalisti impreparati?

“In Ticino come altrove, a raccontare un mondo specializzato e tecnologico sono perlopiù dei generalisti con competenze umanistico-letterarie. Le domande non poste sono, appunto, soprattutto quelle che richiederebbero maggiori conoscenze dei temi e degli interlocutori. Una via d’uscita è investire nei poli redazionali tematici, far nascere le data-rooms, i team di controllo dei dati. Per farlo servono le sinergie operative, la messa in rete delle redazioni, la ridefinizione dei flussi di lavoro.”

Il Ticino fa abbastanza per la formazione dei suoi giornalisti?

“Credo che faccia quello che può in un contesto anche occupazionale e finanziario purtroppo molto difficile. Sono però in primo luogo le imprese mediatiche, le associazioni di categoria e i singoli operatori a doversi preoccupare della formazione e a risponderne. Popper parlava di una patente per fare TV: mi pare troppo, ma le conseguenze potenziali del lavoro dei media sono tali che la formazione di chi ci lavora è centrale.”

Lei ha lavorato per tanto tempo alla RSI. Nota un’evoluzione nel modo di fare giornalismo all’interno dell’azienda?

“Alla RSI si esprimono contemporaneamente tanti giornalismi diversi. Per quanto all’evoluzione mi pare di vedere, in generale e senza pensare a casi singoli, una priorità per la disinvoltura espressiva, “simpaticista” o “criticista” che sia. In un certo senso credo faccia da modello la modalità di racconto dell’intrattenimento. Una tendenza, peraltro, non certo limitata alla RSI e che trova terreno assai fertile nell’universo digitale. Non ho nulla contro la leggerezza, al contrario, ma credo che non basti a garantire anche il giornalismo critico, informato, autorevole e indipendente da ogni pregiudizio. Per il quale, a mio avviso, si deve investire molto, oltre che in quelle narrative, anche nelle competenze tematiche, organizzative e di controllo della qualità.”

Durante i suoi anni di lavoro ha anche avuto a che fare con la CORSI. Che ne pensa del suo lavoro?

“Di fondo, l’esistenza delle varie società regionali della SSR, la CORSI nella Svizzera italiana, sottolinea -e rappresenta- l’idea che esiste una differenza tra il pubblico inteso come società civile e la mera somma dei consumatori dei programmi Radio, TV o Web. Se questa distinzione viene meno, il servizio pubblico diventa soltanto un offerente di programmi e perde la sua giustificazione ultima. La CORSI mi pare essersene resa conto e penso che possa essere utile per difendere il servizio pubblico, da chi lo avversa ma anche da chi gli è fin troppo vicino.”

Intervista di Laura Quadri.