DETTAGLIO

“Finché sarò convinta di poter cambiare le coscienze, andrò avanti”

Mercoledì, 09 Settembre 2020

Dal mercurio nell’amalgama dentale all’olio di palma, dalle oche spiumate per i piumini agli schiavi del lusso made in Italy, passando per l’abuso di antibiotici nell’allevamento e naturalmente anche per il coronavirus. In oltre vent’anni di inchieste – prima con Report (di cui è co-fondatrice) e poi con il suo programma “Indovina chi viene a cena?” – la giornalista italiana Sabrina Giannini ha rivelato una serie impressionante di verità scomode, inganni e frodi su temi legati a sostenibilità, alimentazione e salute. Sabrina Giannini sarà ospite di una serata organizzata da CORSI e ATG lunedì 14 settembre. Nell’attesa di incontrarla, ci ha raccontato qualche retroscena del suo impegnativo lavoro.

Come è arrivata a fare la giornalista di inchiesta in TV?
“Ero una giornalista freelance, con tanta passione e tanto senso critico. Poi una sera del 1995 (era mezzanotte, me lo ricordo ancora) ho visto una puntata della trasmissione “Professione reporter” (il precursore di Report) in cui Milena Gabanelli ha spiegato di voler lavorare solo con giornalisti freelance. Inizialmente si trattava di una questione di contenimento costi, ma poi questo sistema si è rivelato più agile rispetto alla macchina della televisione pubblica perché rende più autonomo e libero il giornalista. Ho subito capito che quello poteva essere il modo per entrare in televisione, che era (ed è) la mia passione”.

Poi come è andata?
“All’inizio, quando con Milena e gli altri ci siamo ritrovati per ideare quello che poi sarebbe diventato Report, non avevamo pensato a una trasmissione di inchiesta. Ma in tutti noi c’era una forte vena critica e grande senso civico: volevamo comunque fare qualcosa di diverso e arrivare dove gli altri non si spingevano. La mia prima inchiesta, del 1997, era incentrata sulla tossicità del mercurio nell’amalgama dentale. È andata in onda in seconda serata, ma ha avuto un grandissimo riscontro. Abbiamo continuato in questa direzione e quello che facevamo è stato chiamato “controinformazione”. Un paradosso, se si pensa che andavamo in onda sulla RAI!”.

Dal 2016, con il suo programma “Indovina chi viene a cena”, in onda sempre su Rai 3, si è concentrata su temi ambientali, legati a sostenibilità, alimentazione e salute. Come mai ha scelto questo ambito?
“Tutto è cominciato perché ho realizzato una serie di servizi per Report sul rapporto fra cibo e ambiente. Grazie a questo programma mi sono resa conto che queste tematiche sono urgenti. Tuttora, dopo 40 inchieste realizzate per “Indovina chi viene a cena”, sono più che mai convinta che la questione ambientale è l’unica vera emergenza oggi. Siamo davvero a un passo dall’estinzione di massa. Il ruolo del giornalista, quindi, è anche quello di risvegliare la politica”.

Lei è praticamente l’unica in Italia ad affrontare queste tematiche con un taglio di inchiesta e uno sguardo critico, come mai?
Perché non è un lavoro facile. Le grandi industrie, che sono anche inserzioniste, fanno naturalmente di tutto per ostacolare il lavoro di inchiesta e fanno pressioni sia ai giornalisti (con azioni legali) sia agli editori (sulla pubblicità) perché certe cose non escano. Per quanto mi riguarda, il fatto che tentino di mettermi i bastoni fra le ruote rappresenta un incentivo a voler far emergere la verità. Ma capisco che non tutti i colleghi se la sentano”.

Come ha accennato, il giornalismo di inchiesta è impegnativo, per le pressioni, i rischi, le minacce e magari il rischio di logoramento e scoraggiamento: non ha mai pensato di cambiare?
“Finché sarò convinta che come giornalista posso fare qualcosa per cambiare le coscienze, continuerò a farlo. Il cibo è qualcosa su cui tutti noi possiamo avere influenza, con le nostre scelte quotidiane. Quindi mi impegno su quello. E più vado avanti, più mi rendo conto che ci sono temi da affrontare, verità scomode da far emergere. Anche perché, nonostante tutto, il sistema attuale, basato sulla logica del profitto a tutti i costi e non sul benessere e la sostenibilità, non sta cambiando”.

Come mai ha scelto la televisione come mezzo di comunicazione?
“Mi piace la televisione perché unisce diversi elementi: visivi, musicali, testuali. Nel mio libro (“La rivoluzione nel piatto”, ndr.) racconto le mie inchieste ma non è la stessa cosa. Se mostro le immagini degli effetti di un allevamento intensivo sugli animali, l’impatto è ben diverso da una descrizione scritta. Il libro comunque è importante perché entra più nel dettaglio, racconta alcuni retroscena e indugia più su considerazioni critiche. Inoltre, il libro resta, il servizio in tv è per forza di cose più veloce (e per alcune fasce di pubblico più faticoso da seguire)”.

Lei è giornalista di inchiesta e lavora per il servizio pubblico radiotelevisivo, che cosa significa? In che cosa si differenzia il suo lavoro oggi rispetto a quando era freelance o rispetto agli editori privati?

“Per svolgere un certo tipo di inchieste, un giornalista ha bisogno di rapidità, i tempi sono importantissimi. Da freelance mi gestivo da sola, andavo in giro con la mia telecamera, sono entrata in Cina anche senza aspettare che arrivasse un visto, ho potuto accedere a luoghi vietati ai giornalisti, filmando con la camera nascosta. Tutto ciò non sarebbe stato possibile con la “macchina” della produzione e con una troupe al seguito. Detto questo, per quanto riguarda i contenuti, la tv pubblica ha l’obbligo di trattare anche tematiche come le nostre. Esiste una trasmissione di inchiesta come la mia nelle tv commerciali? No. In RAI ho la possibilità non comune di criticare il sistema e di svelare verità scomode. Ma si dovrebbe fare di più”.

In che senso?
“Purtroppo l’influenza degli investitori pubblicitari si fa sentire anche nella tv pubblica. Il tanto decantato pluralismo ha i suoi limiti, non bisogna dare voce a tutti. Non è che perché le industrie dell’agroalimentare investono in pubblicità devono avere spazio anche nelle trasmissioni (soprattutto quelle legate alla promozione del made in Italy) e alimentare una narrazione falsata della realtà. Purtroppo l’influenza c’è. Secondo me il settore della produzione e quello della pubblicità dovrebbero essere separati. Anzi, sono dell’idea che nel servizio pubblico non ci dovrebbero proprio essere le pubblicità e che i finanziamenti dovrebbero arrivare solo dal canone. È una questione di senso civico. Come giornalista devi poter essere libero e pensare a unico obiettivo, che è quello deontologico”.

 

di Giorgia Reclari Giampà, segretariato CORSI