DETTAGLIO

Raccontare l'America

Martedì, 17 Gennaio 2017

di Emiliano Bos 

Partiamo dall’inizio. Settembre 2015, ai piedi di Capitol Hill, la collina del Congresso di Washington. Donald Trump fende un nugolo di giornalisti protetto dalle sue nerborute guardie del corpo. Inevitabili sgomitate e qualche spintone tra fotografi, cronisti e bodyguard. Il candidato repubblicano ha da poco terminato il suo intervento a una manifestazione anti-Iran. Parole di fuoco contro Tehran, il Male Assoluto – così lo definisce – con cui l’amministrazione Obama e altri paesi hanno raggiunto un accordo sulla questione nucleare. Trump si ferma davanti al microfono della RSI. Ma invece di rispondere alla domanda del corrispondente Radio da poco arrivato negli Stati Uniti, apostrofa un giovane collega che pure tende il suo microfono: “Ehi, conosco tuo padre, una persona in gamba. Ma tu dovevi fare proprio il giornalista?”

IL TWEET E LA PANCIA DEL PAESE

Mancava oltre un anno alle presidenziali. “The Donald” – come qui chiamano il re dei casinò e dei reality-show – sembrava un outsider catapultato per caso nella corsa alla Casa Bianca, con scarsissime possibilità di successo.
Tra pochi giorni invece giurerà come 45° presidente degli Stati Uniti.
Era possibile prevederlo? Cosa è accaduto? Come si sta trasformando il paese? Come raccontare queste trasformazioni con la cronaca di un presente che diventa subito storia? Come intercettare gli umori di milioni di americani? 

Questa la sfida quotidiana di un corrispondente

Una sfida enorme, in un certo senso quasi impossibile. Soprattutto di fronte a un evento così straordinario come queste elezioni presidenziali. 17 candidati repubblicani e 3 democratici, oltre 2 miliardi di dollari in pubblicità elettorale e per pagare una macchina organizzativa tentacolare, una lunghissima stagione di primarie con scontri fratricidi e l’implosione di candidati ritenuti favoriti (Jeb Bush e Marco Rubio tra i conservatori).
E poi lo stravolgimento dei canoni della comunicazione politica: i tweet di Trump, la sua retorica irriverente, rude e a tratti volgare, la sua incredibile capacità di sintonizzarsi con il suo elettorale e coglierne la “pancia”. La conferenza stampa di qualche giorno fa nella sua Trump Tower a New York – la prima da presidente-eletto – sembrerebbe consolidare l’approccio usato in campagna elettorale: insulti contro i giornalisti di alcune testate, risposte elusive ad alcune domande, affermazioni in qualche caso non corrispondenti alla realtà dei fatti.

IL PAESE REALE
Anche se Donald Trump è stato eletto da una minoranza di elettori americani (Hillary Clinton ha conquistato il voto popolare con oltre 2,8 milioni di consensi in più), la sua imprevista vittoria è un segnale da cogliere con attenzione e rispetto. Le fonti ufficiali, il Congresso, i portavoce, gli esperti, i professionisti della comunicazione non bastano da soli per cogliere il cambiamento. Bisogna andare anche all’esterno di Washington. Nel paese “reale”, dove malumori, insicurezze e disagio vengono percepite più facilmente rispetto alla capitale federale. Ogni volta che l’amministrazione Obama ha annunciato l’ennesimo miglioramento degli indici economici (“75 mesi consecutivi” secondo la Casa Bianca, la disoccupazione è di fatto ai minimi storici) mi sono chiesto perché in certe stazioni di servizio della Pennsylvania si senta invece sempre parlare di crisi e di soldi che non ci sono.

LEGGERE, ASCOLTARE, DIALOGARE
Ritengo fondamentale porsi il più possibile in relazione diretta con la realtà che si cerca di raccontare. In tanti modi. Prendendo l’autobus e i mezzi pubblici invece del taxi ogni volta che è possibile, per esempio. Ascoltando l’opinione di chi protesta per i troppi giovani di colore uccisi dalla polizia. Dei parenti delle tantissime vittime di armi da fuoco. Dei sostenitori della circolazione di pistole e fucili, convinti che portino più sicurezza. Ma anche della cassiera afro-americana del supermercato, del giardiniere honduregno del vicino di casa, del guardiano etiope nel parcheggio del cinema, dell’idraulico del Maryland preoccupato per il suo lavoro. E anche dei genitori dei compagni di classe dei miei figli qui, nella scuola pubblica. Nel mio modo di interpretare questo mestiere, l’unica opzione possibile è leggere, ascoltare e dialogare. Leggere il territorio: i dati, i numeri, i grandi quotidiani nazionali ma anche i fogli locali, i dibattiti televisivi, le fonti on-line, interlocutori affidabili e competenti. E poi parlare con le persone, incontrarle, uscire dal proprio ufficio e usare la suola delle scarpe. Durante i mesi delle primarie mi è stato indispensabile viaggiare nelle diverse realtà sociali ed economiche degli Stati Uniti. Le conversazioni dentro e fuori i seggi elettorali sono state preziose. Il carpentiere del New Hampshire con le sue mani callose. La biologa della Virginia con la sua casa da middle-class. L’architetto gay di San Francisco con la sua bicicletta. L’esule cubano di “Calle Ocho” a Miami, appassionato sostenitore di Trump. La pensionata di Pittsburgh disillusa da Obama e dalla politica in generale. Ho tentato di dialogare anche con le voci più estreme, come Jared Taylor, uno dei teorici del suprematismo bianco. Quando sostiene che l’America è solo per i bianchi, è d’obbligo incalzarlo, interromperlo, contestare le sue risposte. Ma è comunque utile.

IL CARPENTIERE E LA PENSIONATA
Le elezioni sono state il baricentro mediatico di questi mesi. Anche perché c’è di mezzo il futuro dell’America. Però è necessario tentare di cogliere anche le tante contraddizioni già esistenti, come gli squilibri tra città e periferia o le tensioni razziali mai sopite. Prima del voto, con l’aiuto di due inviati (Roberto Antonini e Lucia Mottini) arrivati qui in supporto del corrispondente, ci siamo mossi lungo le linea di faglia della società americana. Reportage, interviste, collegamenti in diretta e cartoline sonore dalle diverse “Americhe” che qui coesistono. Questa narrazione – a ben guardare - si dipana inevitabilmente su un periodo molto più ampio. Altrimenti si rischia una navigazione di basso cabotaggio nel tentativo di decifrare soltanto in vista del voto una realtà complessa e articolata come gli Stati Uniti.

DUE LATI DELLA MEDAGLIA…E DEL CONFINE
Quasi un anno fa ho raccolto sul lato messicano della frontiera le voci dei migranti espulsi dal territorio americano. Gli “undocumented” - privi di regolari documenti - deportati nel paese di origine per volere dell’amministrazione Obama. Eppure ha sollevato molta più indignazione la provocatoria proposta di Trump di costruire un muro al confine col Messico e la minaccia di espellere milioni di immigrati rispetto al sostanziale aumento di deportazioni voluto dalla Casa Bianca (non è questa la sede per una valutazione delle politiche migratorie di Obama e dei suoi tentativi di riforma sistematicamente bloccati dalla maggioranza repubblicana al Congresso). Resta comunque doveroso raccontare di Pedro, originario del Guatemala, vissuto per 10 anni in Minnesota, padre di due bambine con cittadinanza americana nate negli Stati Uniti, arrestato dopo una multa a un semaforo, deportato nel suo paese. E ora di nuovo lì, davanti al fiume Rio Grande in impaziente attesa di un trafficante di esseri umani per poter rientrare in territorio americano e “tornare dalle mie figlie”.

MOSAICO STELLE & STRISCE
Le storie qui, ovviamente, non mancano. Penso alla signora Aisha, 50enne afro-americana addetta alle pulizie. Dopo l’improvviso licenziamento si è reinventata un lavoro come autista di Uber in orario notturno. A Pittsburgh un giovane ingegnere di origine cinese cresciuto in California mi ha detto di aver cercato una città dove poter progettare spazi urbani a misura d’uomo. E lì, per ora, l’ha trovata. Sarebbe lunghissimo l’elenco di persone incontrate in questi mesi, quintessenza degli infiniti tasselli del mosaico stelle&strisce americano, di quella “diversità” che per Obama è un valore e per Trump sembra rappresentare un pericolo. Queste testimonianze – raccontate nei RadioGiornali, a Modem, ad AlbaChiara, nei Laser – non sono rilevanti dal punto di vista statistico, certo. Si prova a raccontare l’America con lo zoom cercando di trasformarlo in un grandangolo. Voci e volti di alcuni per percepire pensieri, paure e sogni di molti. Qualche volta si riesce, qualche volta non basta. Ma forse nel nostro caso non ci sono alternative.

LA RSI E LA FAMIGLIA SRG-SSR
Due corrispondenti (radio e televisione) di lingua italiana, due di lingua tedesca e due francofoni che lavorano fianco a fianco nell’ufficio di Washington non possono in alcun modo garantire una copertura “totale” degli Stati Uniti (SRF si appoggia anche su altri due colleghi a New York e San Francisco, al momento). Per questo si creano sinergie. Ci si confronta e spesso ci si aiuta a vicenda. E poi si sceglie un’angolatura. Che non sempre è la stessa, perché le sensibilità dei nostri ascoltatori-telespettatori-utenti web non sono identiche seppur simili. La sfida per il corrispondente - lo abbiamo detto - è raccontare un paese che cambia…proprio mentre sta cambiando. I grandi media americani non sono stati in grado di prevedere il sisma politico provocato dal voto per la Casa Bianca. I terremoti, del resto, non si possono prevedere. Eppure qualche segnale di erosione c’era, a partire dal confronto degenerato nella polarizzazione estrema e nella sistematica denigrazione dell’avversario politico con crescente violenza verbale. Adesso inizia un’altra era, almeno in politica, almeno qui a Washington. Siamo chiamati a raccontarla. Senza pre-giudizio, cioè un giudizio formulato prima dei fatti, e senza riverenze verso il potere, nemmeno quello che s’installa in questi giorni. E soprattutto senza dimenticare che non c’è solo Donald Trump. Là, fuori dal nostro ufficio e dalla “palude” di Washington – come la chiama il nuovo presidente degli Stati Uniti - ci sono 320 milioni di americani.