DETTAGLIO

I media e le elezioni americane

Martedì, 29 Novembre 2016

La comunicazione politica è cambiata ben prima di Donald Trump

di Natascha Fioretti, giornalista freelance

All'indomani delle elezioni americane sembravano tutti d'accordo nel dire che la responsabilità del risultato elettorale fosse da attribuire ai media. In particolare ai media tradizionali incapaci di cogliere umori e urgenze di certe fasce della società, in particolare del ceto medio americano, e che per settimane avevano dato per scontata la vittoria di Hilary Clinton contro l'impresentabile e misogino Donald Trump. Seppur la storia, soprattutto alle nostre latitudini, ci avesse già insegnato che gli impresentabili spesso vincono.  Poi, a distanza di qualche giorno dal mea culpa di tutte le maggiori testate americane e internazionali, sia private che pubbliche, il centro dell'attenzione si è improvvisamente spostato rivelando il vero capro espiatorio di tutto questo grande misunderstanding: Facebook, i social media e le fake news.  Sarebbe stata infatti la piattaforma di Mark Zuckerberg ad aver prodotto una così forte influenza sull'opinione pubblica americana, negativa certamente, arrivando a determinare persino il risultato elettorale. In particolare al social network si rimprovera di non aver sorvegliato, e di non farlo tutt'ora, i contenuti falsi, le bufale, pubblicati e messi in circolazione da terzi, che nel migliore dei casi sono degli umani, nel peggiore delle macchine, dei software che, una volta impostati, generano contenuti in modo automatico. Zuckerberg minimizza perché nel mare magnum dell'informazione che circola e viene condivisa su Facebook, le fake news sarebbero soltanto una minima, ininfluente parte. Altri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, comprensibilmente preoccupata per le elezioni che la attendono il prossimo autunno del 2017, corrono ai ripari. La cancelliera ha infatti incaricato il parlamento di confrontarsi con le nuove opportunità digitali nel campo della manipolazione politica come notizie false e social bots perché la stabilità del paese deve essere difesa anche in un contesto mediatico in trasformazione. Insomma la manipolazione politica ora non corre più soltanto sui media tradizionali e c'è chi come Philip Howard, docente di Internet Studies a Oxford ed esperto di Computational Propaganda, aveva predetto da tempo questo scenario affermando che il 2016 sarebbe stato il grande anno dei social bot e che i social media costituiscono un pericolo per la democrazia. Per approfondire questo tema, e in particolare la visione dello studioso Philip Howard, consiglio l'intervista di Fabio Chiusi uscita sul settimanale l'Espresso.

All'alba del 2016 la comunicazione politica è dunque cambiata

All'alba del 2016 la comunicazione politica è dunque cambiata ma a ben vedere lo è già da tempo, basti ricordare la campagna elettorale di  Barack Obama ribattezzata la rivoluzione social in politica  (https://people.stanford.edu/jaaker/sites/default/files/tebrmay-june-obama.pdf ) solo che, a differenza di oggi, allora il risultato era voluto e condiviso da praticamente tutte le testate mainstream e dai maggiori establishment economico-politici. Chi se ne importava allora se era circolata qualche bufala? Oggi, invece, all'indomani di una campagna elettorale in cui la massima aspirazione era votare la soluzione meno dannosa per il paese, l'appassionato slogan di Obama e di un'America speranzosa che credeva ancora di poter tornare ad essere grande con “Yes, we can”, è solo un lontanissimo ricordo.

Qualche dato per capire come l'informazione in questa campagna elettorale si sia mossa in parallelo su due binari diversi: quello dei media tradizionali e quello dei media digitali e dei social network. In proposito la Neue Zürcher Zeitung, in un ampio approfondimento di giovedí 24 novembre, riporta i risultati di uno studio del Nieman Journalism Lab, secondo il quale nei mesi precedenti le elezioni, 229 quotidiani americani e 131 settimanali sono stati apertamente a favore della Clinton. Tra queste anche molte testate che solitamente appoggiano i repubblicani. Per Trump si sono spesi solo 9 quotidiani e 4 settimanali. D'alto canto, secondo il magazine online Buzzfeed, nei tre mesi precedenti le elezioni, su Facebook i post che avrebbero ricevuto più attenzione sono le fake news come quelle create da un gruppo di teenager sui loro siti pro-Trump in Macedonia con dei domini dalla parvenza americana: WorldPoliticus.com, TrumpVision365.com, USConservativeToday.com, DonaldTrumpNews.co, e USADailyPolitics.com. Teenager che nell'era del clickbait non sono interessati alla vittoria di Trump ma ai profitti pubblicitari generati dall'elevato traffico che le notizie false a favore di Trump sono in grado di generare una volta messe in circolazione. Dunque a bufale come queste e non ad articoli di qualità fondati su ricerche, studi e analisi attendibili molti americani avrebbero dedicato la loro attenzione.

Non sono tanto più incoraggianti nemmeno le notizie che giungono da una analisi di Twitter fatta da alcuni ricercatori della University of Southern California nel periodo compreso da metà settembre a metà ottobre. Analizzando oltre 20 milioni di tweets di 3,7 milioni di utenti Twitter i ricercatori hanno stabilito che più della metà era a favore di Trump e solo il 20% per la Clinton mentre il 15 % di chi ha preso parte alla discussione erano dei robot e non degli umani. Alla luce di queste informazioni non vi è dubbio che le bufale sui social vanno combattute e Facebook come Twitter in questo hanno precise responsabilità, non possono nascondersi dietro ad un'affermazione come quella data da Zuckerberg “siamo solo un'azienda tecnologica”. E non vi è dubbio nemmeno che ai lettori bisogna dare gli strumenti per poter distinguere una fake news da una real news, ma attribuire ai social e alle bufale la vittoria di Trump è un'altra cosa e un articolo su New Republic dal titolo ‘Fake News isn't the Problem’ (‘Le notizie false non sono il problema’) spiega il perché riportando l'attenzione sulla questione di fondo e cioè sull'incapacità dimostrata dai media tradizionali americani di ascoltare e farsi portavoce delle esigenze e delle idee della working class bianca americana.

Trump ha intercettato il malessere della working class americana

In un'intervista uscita qualche settimana fa sul Tages-Anzeiger, lo scrittore americano Donald Ray Pollock, 30 anni dipendente in una cartiera in Ohio, uno degli swing States che hanno aiutato Donald Trump a vincere, ha raccontato come lui in prima persona ha vissuto il declino degli operai, della working class americana bianca e ammette che i segnali per capire in che direzione sarebbero andate le elezioni c'erano ma è mancata la volontà di guardare e di capire veramente che cosa stava succedendo. E racconta come lo stato dell'Ohio, un tempo fucina di benessere e di speranze, grazie all'industria pesante del carbone, del ferro e dell'acciaio, debba fare oggi i conti con un radicale processo di deindustrializzazione, una povertà dilagante, città abbandonate che ripropongono i peggiori scenari apocalittici già visti nei film. La sua esperienza: “abbiamo perso così tanti posti nelle fabbriche, posti di lavoro che sono stati trasferiti oltre oceano.  Qui si lavora per 9-10 dollari all'ora, impossibile mantenere una famiglia. All'inizio degli anni ‘70 ho interrotto i miei studi alla scuola superiore per lavorare in una cartiera. Un lavoro che ai tempi era considerato un buon lavoro, onesto, con una buona paga e buone prestazioni sociali. Ai tempi vi lavoravano 6500 persone oggi sono 900 e non vengono praticamente fatte nuove assunzioni. Questa situazione, che non rappresenta l'eccezione, bensì la normalità, porta ad una rabbia collettiva, si cercano i colpevoli ed emerge un diffuso sentimento di razzismo”. Si parla di persone tra i 50 e i 60 anni (l'Ohio è tra gli stati demograficamente più anziani e più bianchi) che faticano ad arrivare a fine mese, di persone che lavorano per i supermercati Walmart da 25 anni e sono ancora convinte, nonostante tutto, di poter diventare come Donald Trump.  L'abilità del tycoon è stata quella di toccare nel vivo proprio queste persone, di intercettare il loro senso di vergogna e di inadeguatezza rispetto ai modelli perfetti e benestanti dell'establishment politico, la loro rabbia per essere cadute così in basso. In uno dei suoi convegni Trump ha detto “Sono un uomo estremamente intelligente. Voi non lo siete ma di questo non dovete vergognarvi”. Le crescenti diseguaglianze, l'incertezza economica e professionale che stanno caratterizzando le nostre società come hanno scritto Zygmunt Bauman e Ezio Mauro nel saggioBabel, uscito l'anno scorso per Laterza, e di cui ho parlato tempo fa sul settimanale Azione, ci hanno portato in una sorta di interregno buio e babelico dove i punti fermi, i cardini che un tempo regolavano e assicuravano le nostre democrazie vacillano facendo sí che la politica si riduca a evento, il guru si trasformi in leader, la notorietà prenda il posto della fama e la popolarità quello della stima. Mentre, come dice Bauman, il cittadino si trasforma in cittadino-consumatore che si aspetta dei servizi da chi governa il paese ma senza pensare di poter partecipare alla sua conduzione e senza sentirsi né invitato, né autorizzato a prendervi parte. Semmai misura il coinvolgimento e il suo attivismo politico a seconda dei like dispensati sui social. Dunque in queste elezioni non abbiamo visto niente che non sapessimo già o che non potessimo prevedere.

Lo stesso concetto è stato ribadito da Alec MacGillis su ProPublica.org in un lungo articolo che sin dal titolo non lascia dubbi ‘Revenge of the forgotten class‘ (‘La vendetta della classe dimenticata’) in cui la giornalista mette in luce come Trump sia riuscito ad intercettare i voti di chi non votava da anni, di chi era sconnesso dal mondo politico e di quei lavoratori bianchi nelle piccole città dimenticate della Rust belt.

Nelle redazioni manca una diversità culturale

Questo è il punto e su questo i media tradizionali e digitali, pubblici e privati devono lavorare se intendono ancora fare del buon giornalismo al servizio del pubblico e dei cittadini, un giornalismo in grado di formare un'opinione pubblica libera e critica che abbia interesse ad informarsi davvero. L'emittente di servizio pubblico americana PBS insieme al Washington Post e al New York Times non ha esitato a fare il mea culpa come si legge qui nell'articolo ‘Mainstream media missed Trumps momentum’ (‘I media mainstream si sono persi il  momento di Trump’). Se per Margaret Sullivan i media hanno mancato nel cogliere la storia in tutta la sua complessità ed estensione, il giornalista Steve Deace mette a segno un punto centrale quando dice che il problema risiede nella non diversità che caratterizza le redazioni delle maggiori testate mainstream: “Quante persone nella redazione di PBS sono a favore del movimento pro-life? Quante vanno in chiesa o a messa una volta a settimana? Quante hanno votato per Trump? A mio avviso le redazioni oggi soffrono di una grande mancanza di diversità culturale e ideologica. E credo che questo sia il principale problema di una massiccia disconnessione in tutta la nazione. E sulla base di questo conclude “i media mainstream non hanno idea di che cosa davvero interessi milioni di americani”.  Opinione condivisa anche da Jim Rutenberg del New York Times.

Lacrime di coccodrillo

Ma, ripercorrendo l'evoluzione di queste elezioni americane a partire dalle primarie, emerge un altro elemento interessante che non può essere sottovalutato e che francamente ci fa anche dire che le lacrime dei media di oggi sono lacrime di coccodrillo così come la grande attenzione dedicata alle fake news sia spropositata rispetto al quadro generale. Di questi tempi mancano sempre le giuste proporzioni, il giusto equilibrio e spazio e poi non parliamo dei danni che provocano le notizie virali sui social.  A questo proposito segnalo un articolo su Salon, magazine di approfondimento culturale, dal titolo ‘The press has not done its job: 3 ways the media has failed our democracy in covering the election’ (‘La stampa non ha fatto il suo mestiere: 3 in cui  i media hanno danneggiato la nostra democrazia nel seguire le elezioni’) nel quale si sottolinea come a sbagliare e a deludere nella copertura di queste elezioni americane siano proprio stati quei media dai quali ci saremmo aspettati più equilibrio e ragionevolezza, vale a dire CNN, MSNBC, the New York Timesthe Washington Post, and the Associated Press. E gli errori, le mancanze sono da ricercare nelle origini e in questo caso nelle primarie americane come tra l'altro mostra una ricerca della Harvard Kennedy School’s Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy che ha analizzato la copertura dei candidati alle presidenziali nell'anno che ha portato alle primarie. Bene, questo studio mostra come le maggiori testate e aziende mediatiche  abbiano dato un enorme spazio a Donald Trump, un'attenzione incommensurata, sproporzionata e ingiustificata rispetto alla sua esperienza, alle sue doti e capacità  politiche. Ma mostra soprattutto come al di là delle sue affermazioni bigotte, pazze, razziste e misogine le sue coperture fossero considerate good press ovvero il Tycoon e i suoi scandali facevano molta più notizia, portavano più click e più introiti portando più click e più introiti di Hilary Clinton e di Bernie Sanders, il candidato democratico che a detta di molti aveva sì i numeri giusti ma non per fare notizia evidentemente. E in un periodo di profonda crisi generare click e introiti economici per le aziende mediatiche equivale a prendere una boccata d'ossigeno a pieni polmoni ignari di quando arriverà la prossima. Fa il punto in merito un articolo del The Guardian dal titolo ‘Why social media is the real Trump card in the US election’ (‘Perchè i social media sono la vera carta di Trump nelle elezioni americane’) riportando l'opinione di Nicholas Cristof del the New York Times “Trump è entrato in campagna elettorale proprio nel momento in cui i media devono lottare contro profonde insicurezze e un futuro finanziario incerto. La verità è che i media avevano bisogno di Trump come un eroinomane di farsi una dose”. A dare a Trump le carte e la visibilità per vincere sono stati i media durante le primarie perché gli faceva comodo, perché Trump faceva notizia e generava profitti. Forse dovremmo riflettere su quanto e in che modo questa lunga e logorante crisi finanziaria intacchi la credibilità e l'indipendenza giornalistica di oggi prima di dire che la vittoria di Trump è dovuta in larga parte a Facebook e alle bufale.

Il giornalismo deve tornare a fare il suo mestiere

Se i giornalisti e i media tornassero a fare il loro mestiere, uscissero fuori dalle redazioni per incontrare e raccontare le storie delle persone, di tutte le persone e non solo delle élite, allora non dovrebbero preoccuparsi di Facebook e delle bufale messe in circolazione da un gruppo di teenager macedoni. Oggi la grande sfida del giornalismo di qualità sta nel tornare ad essere credibili, a dare ai cittadini un motivo per cui valga la pena essere letti, guardati o ascoltati. È difficile, certo, ma è l'unico modo, l'unica via per colmare quella immensa voragine liquida, quello scollamento creatosi tra il mondo dell'informazione tradizionale e i cittadini che oggi nei confronti dei media ma anche della politica nutrono una profonda sfiducia. In questo il servizio pubblico, che per ora ancora dispone di maggiori mezzi e sicurezze, dovrebbe fare uno sforzo in più, non solo migliorando profondità e completezza dei contenuti senza bias ideologici o politici ma anche puntando a conoscere ed usare meglio i nuovi canali e strumenti di comunicazione, le nuove tecnologie per raggiungere quella parte di pubblico che oggi si informa su Facebook e sui social network. Se ognuno fa il suo mestiere e lo fa bene anche per gli utenti sarà più facile distinguere tra una bufala e una notizia vera. La sfida per i media tradizionali di oggi è andare là dove la gente si informa offrendo la stessa qualità, credibilità, verifica delle fonti di sempre che ha reso il giornalismo uno strumento vitale e imprescindibile dei nostri sistemi democratici e liberali. E sarebbe la migliore risposta alle fake news che in realtà ci sono sempre state molto prima di Internet e dei social media.