DETTAGLIO

«NO BILLAG»? NO GRAZIE, SENZA SE NÈ MA

Martedì, 19 Dicembre 2017

L’opinione di Natalia Ferrara, deputata del PLR in Gran Consiglio, membro del Consiglio Regionale e Consiglio del pubblico della CORSI

Tante ragioni e molti fatti sono stati già esposti per dire no all'iniziativa «No Billag», anche se, in molti casi, seguiti da troppi se e altrettanti ma che, davvero, non si giustificano.  Voteremo sul canone, ci esprimeremo per decidere se radio e tv pubbliche e private devono ancora ricevere un finanziamento pubblico oppure no. Non si tratta qui di esprimersi su questo o quel programma, cameramen, regista o giornalista, non si tratta di comporre il proprio palinsesto preferito e di criticare le fiction o le canzoni in inglese alla radio invece che in italiano, anzi, perché no, in dialetto. L'iniziativa è talmente radicale che giustifica un no senza esitazione. Critichiamo, certo, le radio e le tv che non ci piacciono, ma ricordiamoci che senza, non ci resterebbero che gli occhi per piangere, invece che per guardare. E dico sul serio: ogni giorno mi batto per salvare ogni posto possibile della piazza finanziaria e non dovrei ora preoccuparmi di tutti coloro che lavorano direttamente per i media o per aziende legate all'indotto del mondo della comunicazione? Eh no! Io voto no, voto no punto, e mi batterò contro questa iniziativa affinché non vadano persi migliaia di posti di lavoro in Svizzera, di cui ben 1'200 in Ticino. Ticino, va ricordato, che paga circa l'equivalente del 5% del canone e ne riceve il 20%, oltre 200 milioni di franchi! Davvero vogliamo buttarli dalla finestra? Con società che falliscono, aziende che delocalizzano e sempre più posti di lavoro in pericolo, c'è qualcuno che davvero vuole cancellare migliaia di posti di lavoro?

Nessun paese democratico al mondo ha un sistema radiotelevisivo finanziato unicamente su base privata: toccherebbe alla Svizzera, piccola e quadrilingue, fare da pioniere. E perché? E a favore di chi? Senza il canone non vedo affatto un guadagno di libertà e di indipendenza, i fornitori di notizie dovrebbero forse diventare Google o Facebook per ficcarci negli occhi quello che vogliono e nascondere il resto grazie ai loro potenti algoritmi segreti?

I media non sono un'offerta di servizi classica, che oggi è finanziata da qualcuno e domani, chissà, da qualcun altro o ancora, ma solo per chi creda ai miracoli (figuriamoci in economia), si finanzierà da sola. I media, quelli tradizionali e per alcuni soprattutto i social media, sono diventati il nostro mondo culturale.  A maggiore ragione oggi, dove ognuno può trasformarsi in un diffusore di parole, immagini e suoni, vale a dire una sorta di media. Oso dire che oggi le persone abitano nel loro smartphone, terminale interattivo che definisce sempre di più non solo quello che sappiamo ma anche quello che siamo. Certo che esiste (anche) il «mondo reale», ma è, appunto, ormai visto e compreso attraverso e grazie alle reti di informazione e contatto, i media in primis. In uno scenario simile, destabilizzare il solo polo svizzero in ambito elettronico, è come aprire un vaso di Pandora.  Una società coesa non esiste se nulla la lega comunicativamente, meno che meno in un Paese quadrilingue e situato al crocevia di tutte le rotte europee. A fronte di tutto questo davvero credo che bisogna recuperare l'idea che i media, in primo luogo quelli pubblici e al loro interno soprattutto l'informazione, devono costituire il luogo che permette il confronto democratico, che favorisce dunque la libertà e la qualità. Impariamo a concentrarci su ciò che conta senza farci abbindolare: votare no all'iniziativa significa dire sì al servizio pubblico. Il 4 marzo voterò dunque di no e mi permetto di invitare le ticinesi e i ticinesi a fare altrettanto, perché credo, per dirla con una battuta, che tra la televisione della Svizzera italiana e la tv italiana tout court, ci sia una bella differenza. Le nostre radio e tv svizzere, svizzero-italiane per prime, mi piacciono. E a voi?

Fonte: Corriere del Ticino